Articoli sulle arti marziali

Lotta in India: muscoli, argilla e petali di rosa

di Raimondo Bultrini
(tratto da L’Espresso del 15 Luglio 2004)

Si chiama Bharatyia Kushti ed è la tradizionale lotta indiana, dove la forza non è tutto. Si comincia con la respirazione per finire all’alimentazione e all’astinenza sessuale.

La fiamma olimpica, destinata a raggiungere Atene per i Giochi del 2004, ha attraversato nei giorni scorsi la città di Delhi sorretta da attori della mecca cinematografica indiana di Bollywood e atleti di tutte le discipline. Tra la folla plaudente, gruppi di muscolosi esponenti della tradizionale disciplina Bharatyia Kushti, la lotta indiana, hanno assistito alla cerimonia con i pensieri in tumulto: potrà la loro arte sopravvivere all’incalzare di eventi che sembrano destinati a stravolgere il destino di uno sport antico quanto i Veda?
Sintesi delle tecniche importate dall’antica Persia nell’era Moghul e dell’originale forma di combattimento corpo a corpo celebrata da poemi epici come il “Mahabarata”, il kushti sta attraversando una crisi che non è solo sportiva. Alle Olimpiadi, e in tutte le competizioni internazionali, non si combatte più sulla nuda terra come avviene ancora in gran parte dell’India, ma sopra materassini gommosi che la Federazione nazionale della lotta vorrebbe imporre in tutto il subcontinente. Per i seminudi campioni di questa disciplina etica e religiosa, l’uso del materasso è il segnale più evidente della “degenerazione” di un certo modo di vivere e pensare degli hindu.
Non a caso sono oramai sempre di meno gli akhara, le palestre-monastero dove i lottatori detti pahalawan si addestrano senza distinzione di casta nelle buche di terra o sabbia secondo rituali, ritmi e tecniche trasmessi da guru a discepolo dai tempi dei tempi. La vita di un akhara comincia nei casi più estremi alle tre del mattino con esercizi di respirazione per ripulire i polmoni, seguiti dal rito della defecazione vicino a piccoli stagni dove la qualità delle feci viene controllata per verificare lo stato dell’intestino. Prima che il sole sorga, tra gli alberi del pipal, del banyan e del nim, laddove ancora resistono, il lottatore riscalda i muscoli e poi spazzola accuratamente i denti con rametti di nim per evitare che i batteri col caldo si riproducano in bocca. Poi si lava e unge il corpo di olio di mostarda per entrare purificato nell’akhara dove inizia il training della lotta.
Solido sulle gambe, ma flessibile, con i muscoli tesi e insieme duttili, lo studente applica molte tecniche di movimento e respirazione dello yoga per sviluppare interiormente l’energia prana che secondo l’induismo governa l’universo. Il lottatore applica la concentrazione al movimento, all’azione. Il combattimento corpo a corpo nella buca polverosa dell’akhara dai colori rosso e ocra, spesso cosparsa di petali di rosa e semi di calendula, presto trasforma l’atleta in una scultura d’argilla. La lotta è fine a se stessa, sebbene l’esito della sfida contenga come per ogni gara il valore di un test psico-attitudinale. Campione non è colui che dimostra forza bruta e abilità tecnica, ma l’uomo che domina il proprio corpo e quello dell’avversario nella consapevolezza della propria rettitudine interiore.
L’età degli atleti varia dagli otto ai 65 anni, sebbene l’attività di un campione non superi mai i 35-40. Solo a quest’età gran parte dei pahalawan prende moglie e mette su famiglia, spesso continuando a frequentare l’akhara al mattino e al pomeriggio inoltrato quando, dopo una normale giornata lavorativa, inizia la seconda serie degli esercizi. Ma nell’applicazione estrema della disciplina kushti il celibato e l’astinenza sessuale (bramhacharya) sono la pratica ideale per mantenere il corpo e la mente nella condizione stabile del “guerriero divino” che sconfigge il demone del mondo illusorio e il suo stesso nemico interiore, l’ignoranza della realtà ultima che è causa delle continue nascite e rinascite nel mondo della forma.
“Sono sposato con il kushti e i miei discepoli sono i miei figli”, usava dire Guru Hanumann, il più celebre dei maestri indiani dei tempi moderni, allenatore della scuola ancora attiva nella vecchia Delhi dove ha formato campioni come Vedd Prakash, Satpal e Suresh. A lui ha dedicato un intero capitolo la rivista di settore chiamata “Bharatyia kushti”, la bibbia del lottatore, dove di Guru Hanumann è scritto che “il suo unico compito è fare i giovani più forti con determinazione e saggezza”, e che “la sua reputazione, ha fatto risplendere l’India”, così come quella di Ahmed Baksh Gama, spedito nel 1920 ai campionati del mondo di Londra dal suo mecenate, il Maharaja di Patalia, a cimentarsi coi più grandi lottatori occidentali.
Erano gli anni della lotta per l’indipendenza dai colonizzatori britannici,e la sfida rivestiva altissimi valori simbolici. Gama non fu ammesso subito alle gare ufficiali perché troppo basso, ma in un teatro vicino messo a disposizione da un furbo impresario assieme a una grossa borsa in palio, l’atleta indiano sbaragliò tutti i vincitori della competizione mondiale. Così fu ammesso alla gara finale contro il grande Zbyzsko, eroe dei Giochi. La vittoria fece di Gama un eroe nazionale, e nel 1928 l’atleta ripeté l’exploit in India, osannato da folle oceaniche e trasportato dal re di Pataria a bordo del suo elefante personale.
“Fermo nel suo credo, un grande lottatore è la luce splendente dell’akhara, calmo di mente, il corpo forte, il lottatore è un vascello vuoto che il guru riempie di conoscenza, abilità, virtù”, recita un passo del cantore kushti Atreya. In un akhara non ci si iscrive come in una qualunque palestra di lotta libera o greco-romana. Si procede a un’iniziazione formale durante la quale il candidato indossa un turbante (sapha) di stoffa, mastica il cibo prasad autenticato e benedetto dal guru e dalla divinità, si cosparge di olio o paraffina, offre una ghirlanda di fiori e una lampada votiva ad Hanumann. Da questo momento la lotta diventa un modo per onorare Dio attraverso il corpo in accordo con la tradizione vedica e induista. I principi dello Yam (non violenza) si accompagnano all’esercizio dell’onestà, del celibato e dell’astinenza, dell’autosufficienza.
I lottatori non recepiscono tutto questo al livello metafisico degli asceti sadhu che vivono nelle foreste, ma attraverso gli esercizi in movimento del Vyayam, ognuno dei quali si esaurisce al ritmo di un solo respiro. Per allenarsi tirano un aratro, o sollevano le grosse pietre nail, oppure infilano dalla testa un pesante sasso circolare per rafforzare i muscoli del collo, col quale spingono in alto o di lato l’avversario fino a fargli perdere l’equilibrio e gettarlo con la schiena a terra. La stessa dieta, oltre all’alto contenuto proteico che solo un atleta può smaltire nell’esercizio, rispecchia la purezza delle intenzioni nel rispetto della tradizione. Un lottatore beve grandi quantità di latte (che simboleggia il seme femminile capace di raffreddare gli effetti eccitanti della produzione di sperma) e mangia panna, ghi, yogurt e mandorle, oltre a lenticchie dal e molta frutta, il tutto possibilmente biologico.
Ma l’ideale vedico, come tutte le cose transitorie del mondo, va diluendosi nell’India della tecnologia informatica e del secolarismo riportato al potere con la vittoria del Congresso di Sonia Gandhi. In destino dal quale i fanatici ultraortodossi del Rashtriya Swayamsevak Sang (RSS) che predicano la filosofia nazionalista hinutva, avevano da tempo messo in guardia la società, accusata di abusare del the (considerato tossico come l’alcol e le droghe) e di seguire il richiamo dei sensi anziché dello spirito. “Un tempo la lotta ha fatto grande l’India”, ha scritto un esegeta del movimento rappresentato per anni dal governo del BJP, “e i nostri soldati i più valorosi del mondo. Ora è praticata da poche persone, mentre dovrebbe nascere un Guru Hanumann in ogni villaggio e ogni uomo dovrebbe passare dieci, 12 anni nella terra di un akhara, così che possiamo riguadagnare la nostra forza nazionale. Possono questi ragazzi di oggi, magri ed emaciati, dalle guance scavate e con le occhiaie, proteggere la razza e la religione, la nostra gente? Possono gli impiegati coi loro fisici mollicci e i vestiti aderenti fabbricati in serie paragonarsi alla radiante magnificenza dei lottatori seminudi come Dèi?”
Per gli ultraortodossi la risposta ovviamente è no. Del resto la Via di mezzo è un’invenzione cinese. Ma questa è un’altra storia.